Zucchero: con Black Cat sono tornato al passato per andare verso il futuro

COVER_BLACK CAT_ZUCCHERO_bLo so, leggendo Black Cat, la maggior parte delle persone pensa al classico gatto nero,  quello che ti attraversa la strada e che per i più superstiziosi diventa un problema, ma quando ho scelto questo titolo non ho pensato a questo. Mi sono ispirato agli afroamericani per i quali il gatto nero, al contrario che da noi, è sempre indice di buon augurio.È anche un modo di dire per loro, tanto che si salutano dicendo “Hey cat, how are u?”È un saluto amichevole, confidenziale. Io ci ho aggiunto semplicemente il black, il nero…» Così esordisce Zucchero raccontando il suo nuovo album Black Cat, un album che definisce nero e ruvido. E continua “Non potevo non chiamarlo Black Cat capite? Il black indica la musica e tutti sanno che la black music mi  affascina da sempre ed è continuamente per me fonte di ispirazione e poi cat, gatto, perché questo disco come il gatto, è un po’ anarchico, selvatico. Il gatto è l’animale domestico che è rimasto più selvatico di tutti, non è come il cane. Il gatto si fa i cazzi suoi, entra esce, e viene da te quando vuole lui. È, semplicemente, libero. Infine le due parole Black e Cat hanno un suono insieme che mi è piaciuto sin da subito le vedo proprio in sintonia con l’album stesso.”

Ma che album è questo nuovo lavoro di Zucchero che arriva a sei anni di distanza da Chocabeck il suo ultimo album? È un album che  ci ha restituito forse l’anima originaria dell’artista, ricordandoci le sue radici, la sua forza, il suo istinto.
Nero e libero. E proprio il concetto di libertà è stato determinante per l’artista emiliano.
In questi sei anni ovviamente non sono stato con le mani in mano, tour progetti vari, e poi, ma per puro godimento personale, c’è stata l’avventura con la Session Cubana che mi ha dato tanto divertimento e soddisfazione.Quando ho cominciato a lavorare a questo album ho sentito un’esigenza: quella di essere libero, di voler essere più libero. Chi fa il mio mestiere spera sempre che il suo lavoro, le sue canzoni, il suo album, possano essere un successo, che possa arrivare il primo posto in classifica. E questo è innegabile. E datemi retta, quelli che dicono che non gliene frega niente delle vendite, delle classifiche, dicono delle gare balle altroché! .. Ad una certo punto ho pensato, ho cercato di ricordare, di com’ero quando ho fatto Oro Incenso & Birra,  com’era lo Zucchero di allora… E mi sono ricordato che, quando feci quell’album, in quel periodo,  ero carico a mille, venivo da una serie infinita di concerti con la band in giro per locali a suonare dovunque. Eravamo, diciamo, più ruspanti, genuini. Ero cosi carico che tutto sgorgava facile, quasi spontaneamente. Magari mi alzavo la mattina e che so,  dicevo “Ho bisogno d’amore per Dio, perché sennò sto male!” ed ecco che c’era la canzone. E allora non me ne fregava niente delle radio, o quanto l’album potesse incontrare i favori del pubblico e tantomeno delle classifiche. Anche alle 4 di mattina se avevo un’idea, una frase in testa, andavo in studio e buttavo giù una canzone, quello che mi veniva di pancia , istintivo, pensato poco. Un pianoforte una chitarra e via… Con Black Cat son voluto tornare a quel mood, ho cercato riscrivere musica fregandomene di quello che si sente in giro, perché la tentazione ce l’hai sempre, ho resistito mi sono mosso in modo più anarchico, indipendente. Alla fine ho scritto una quarantina di canzoni che poi ho scremato e ne ho scelte 12…”
 Da cosa è nata l’esigenza di tornare a scrivere canzoni, a fare un album?
È stato tutto molto naturale ma la spinta propulsiva me l’ha data il tour di 38 date fatto negli Stati Uniti del Sud. Ho fatto diversi concerti negli States e talvolta avevo toccato ma quasi di sfuggita la parte meridionale degli States invece in questo tour ho fatto una vera e propria full immersione. Ho suonato in città mitiche come Nashville, Lafayette, New Orleans. E mi sono come impregnato fino all’osso di blues. Ecco, terminato il tour, ho sentito questa esigenza: tornare a quel suono, a quell’atmosfera, a quelle sonorità. Volevo che in questo lavoro si respirasse un po’ l’atmosfera, per capirci, di Django Unchained, o 12 Anni schiavo…»
In questo album ti sei avvalso dell’opera di ben tre grandi produttori americani come Don Was, Brendan O’Brien, e T Bone Burnett…
Sì, l’ho fatto per arrivare ad avere quel suono. E forse è stato l’aspetto più complicato del tutto. Mi sono dovuto sbattere, volare continuamente tra Nashville, Los Angeles, New Orleans, Memphis. Dovevo cercare poi anche i musicisti giusti e sopratutto avere un suono che alla fine fosse omogeneo perché ogni produttore ha la sua cifra stilistica.
Il singolo che ha anticipato l’album, Partigiano Reggiano, sta andando fortissimo. Non hai temuto che qualcuno potesse sfruttarla politicamente?
Sinceramente quando ho scritto questa canzone non ho pensato a schieramenti più o meno politici ecc. Il brano è, anzitutto, un gioco di parole che mi piaceva molto. Poi io sono cresciuto in una terra che è stata terra d’elezione per i partigiani e il ricordo che ho da bambino è un ricordo di racconti della mia nonna e della mia gente. Mio zio prigioniero in Germania, mio padre sotto il fascismo. Il  partigiano, la figura del partigiano è per me la figura di un uomo buono, coraggioso, che lascia la sua casa per combattere contro la dittatura, contro l’oppressione, combattere per la libertà. E queste sono le mie radici. Poi certo lo so che i partigiani sono anche accusati e magari qualcuno di loro ha anche fatto cose esecrabili ma ricordo anche che quegli anni erano violentissimi, viverci non erano bruscolini, non era un film, era verità cruda violenta dura come solo la guerra è… facile parlare oggi.

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In Partigiano Reggiano c’è un termine, slempito, che ha incuriosito molto i tuoi fan e anche la stampa…
Ah sì slempìto (ride..) è un termine che usava un mio amico e sostanzialmente potrebbe significare diamoci una mossa, forza.. Diamoci uno slempito! In fondo Partigiano Reggiano vuole essere un invito anche ai giovani, a essere meno passivi, a combattere per qualcosa in cui credere o qualcosa che non va, come fecero i partigiani. Insomma mi piacerebbe che potesse accendere qualche scintilla di reazione. Sarebbe bello crescere tanti piccoli nuovi partigiani, non violenti certo, che lottano contro un’ingiustizia…
Il tuo album contiene anche delle collaborazioni molto prestigiose come quelle con Elvis Costello e Mark Knopler, 
Con Elvis Costello avevo già collaborato in passato e ormai mi sembra di rivedere un vecchio amico, mi trovo benissimo con lui. Con Mark volevo proprio il suono della sua chitarra nel brano Ci si arrende
E poi c’è la presenza di Bono con il brano Street of Surrender scritto dopo la strage al Bataclan a Parigi..                 Quella canzone è uscita fuori un po’ per volta. Tutto parte da quando andai a salutare Bono a un concerto a Torino. Andai nel camerino, ci abbracciammo e lui mi disse: “bene bene, cosi stasera sali sul palco e canterai I still haven’t found what I’m looking for con noi”. Io gli dissi che non me la sentivo, che non sapevo le parole e che poi così non mi sarei visto neanche il concerto… La sua risposta fu che di concerti ne avevo visti e ne avrei visto tanti. Insomma non volle sentire ragioni. Così salii sul palco solo che loro ad un certo punto della canzone scesero dal palco e se ne andarono ridendo, salutandomi e lasciandomi li da solo, come uno scemo a finire il loro brano!
E poi?
E poi ci ritrovammo dopo, Bono era felice come un bambino, si era divertito come un pazzo e anche gli altri ridevano per la faccia che avevo fatto quando se ne erano andati. Poi lui mi disse che mi doveva un favore e io prontamente gli diedi la musica di un possibile brano. Passarono due mesi. Niente, nessun segnale. Infine arriva Parigi, la strage al Bataclan e loro gli U2 costretti a sospendere il tour.  Rimasero in albergo mi sembra per quasi due giorni. Fu allora che mi chiamò Bono per dirmi che aveva la chiave giusta per quel brano. Insieme decidemmo di dedicare idealmente quella canzone non solo a quel che era successo al Bataclan ma a tutti gli episodi di follia criminale insensata, a tutti gli attentati che avevano causato la perdita di tante vite… e cosi nacque Streets of Surrender (S.O.S.).

Tracklist dell’album

  1. Partigiano reggiano
  2. 13 buone ragioni
  3. Ti voglio sposare
  4. Ci si arrende
  5.  Ten more days
  6. L’anno dell’amore
  7. Hey Lord
  8. Fatti di sogni
  9. La tortura della Luna
  10. Love again
  11. Terra incognita
  12. Voci
  13. Streets of Surrender (S.O.S.

Black Cat uscirà in tre versioni, una italiana, una internazionale e una per il mercato asiatico. Per la versione internazionale ci saranno la versione inglese di Love Again con Elvis Costello e poi una versione spagnola con Alejandro Sanz.  Mentre la versione asiatica avrà una versione particolare di Ti voglio sposare sulla quale Zucchero ha voluto soffermarsi. “Per la versione asiatica abbiamo scelto Ti voglio sposare  non a caso. in Giappone sta andando fortissimo un chitarrista che si chiama Hotei, è una star da quelle parti, che riempie gli stadi con le sue chitarre distorte e tiratissime. L’ho conosciuto e tra l’altro è anche molto simpatico. Ti voglio sposare è quella che si prestava di più ad esser suonata dalla sua chitarra”.

Va detto anche che Zucchero sarà tra i pochissimi italiani a fare un tour proprio in Giappone partendo da Tokio. Il tour legato al disco inizierà il prossimo 16 settembre con le ormai mitiche dieci date consecutive all’Arena di Verona per poi spostarsi in tutta Europa. Scorrendo l’elenco delle date spiccano indubbiamente le tre serate all’Olympia di Parigi, dove senza esagerare ormai Zucchero è di casa ma sopratutto le due serate consecutive alla Royal Albert Hall fatto molto raro per  un artista italiano.

Alfredo Verdicchio

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